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Ricette > pizze, focacce, quiche

Gli articoli © - La poetessa che amava le montagne





LA POETESSA CHE AMAVA LE MONTAGNE


Era per me inevitabile, amando la poesia ed amando la montagna, andare alla ricerca di poeti che dalla montagna hanno tratto ispirazione.
In questa appassionante ricerca mi sono imbattuta nell’opera di una poetessa italiana, Antonia Pozzi, che la montagna l’ha molto amata, l’ha intensamente vissuta, anche come alpinista e fotografa, e l’ha cantata in liriche di grande suggestione poetica.
Ne sono rimasta affascinata e ho desiderato conoscere più a fondo la sua vita e la sua opera.

Antonia Pozzi

Antonia Pozzi nacque a Milano il 13 febbraio 1912, in una famiglia dell’alta società lombarda, e pose fine alla sua vita nel 1938, all’età di soli 26 anni, in un gelido mattino di dicembre, nella campagna milanese vicino all’abbazia di Chiaravalle.
Poetessa di grande sensibilità, donna di grande intelligenza e di grande cultura, la sua opera “Parole” fu pubblicata postuma in forma privata (incompleta e censurata a cura del padre), per la prima volta nel 1939. A questa seguirono altre edizioni più complete.
Apprezzata da grandi poeti quali T.S. Eliot e Montale, che scrisse la prefazione alla quarta edizione di “Parole”, è stata considerata dalla critica una delle voci femminili più importanti della poesia italiana del 1900.

Tralascio volutamente di soffermarmi sul suo tormentato itinerario esistenziale (l’amore, osteggiato dalla famiglia, per il suo professore di greco e latino al liceo, Antonio Maria Cervi, che la segnerà profondamente) e del suo articolato processo culturale (allieva del filosofo Antonio Banfi col quale discute con grande successo la sua tesi su Flaubert, laureandosi in Estetica; fa parte del gruppo di giovani intellettuali lombardi della sua generazione: Remo Cantoni, Dino Formaggio, Vittorio Sereni, Paolo e Piero Treves, Mario Monicelli, Alberto Mondadori, Giancarlo Vigorelli, ecc.; compie numerosi viaggi di studio all’estero, munita dell’immancabile macchina fotografica con la quale, da professionista dell’obbiettivo sa cogliere atmosfere e suggestivi particolari e parla correttamente francese, inglese, tedesco).
Chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza di questa intensa figura femminile potrà fare riferimento alla bibliografia elencata in calce, che mi è stata di supporto per la mia ricerca.

In questo contesto mi limiterò a parlare del forte legame che Antonia Pozzi ebbe con la montagna, e dei suoi rapporti con lo scrittore e nota guida alpina Guido Rey e con il grande alpinista Emilio Comici, al quale dedicò due intense poesie.

Monte Cervino

Nella maggior parte delle liriche di Antonia Pozzi vi è l’indicazione della data ed in molte di esse anche del luogo dove sono state scritte.
A testimonianza del suo amore per la montagna troviamo numerose località alpine: Madonna di Campiglio, Pasturo, Grigna, S.Martino di Castrozza, Breil, Valtournanche, Misurina: tutti luoghi questi, dove la poetessa trasse spunto per liriche di vibrante intensità anche se, naturalmente, l’opera di Antonia Pozzi non è solo nella montagna che trova ispirazione, ma si potrebbe definire, credo, un diario esistenziale in poesia.

A Pasturo, piccolo borgo arrampicato alle pendici della Grigna, nell’alta Valsassina, sopra Lecco, (che lei definisce “il mio brutto, dolce paese”), nell’antica villa settecentesca di proprietà della sua famiglia, amava ritirarsi per leggere, scrivere ed esplorare i sentieri che, tra boschi di aceri e di abeti, conducono fino alle cime della Grigna.
In questo borgo tranquillo Antonia si sente a casa “(…) sto tanto bene qui – scrive all’ amico poeta Tullio Gadenz – è la casa della mia prima infanzia (…)”. Dalla larga e bassa finestra del suo studio, che ha “l’aspetto di una baita alpestre” al secondo piano della villa, lo sguardo spazia sulla Grigna. Di questi luoghi conosce ogni roccia, ogni angolo e si inerpica instancabile sulle montagne dei dintorni.

A Madonna di Campiglio nell’agosto 1929, effettua la sua prima vera ascensione alpinistica, che così descrive in una lettera all’amatissima nonna, (che lei chiama “Nena”) Maria Cavagna Sangiuliani, nipote di Tommaso Grossi: “(…) Io ho fatto la mia prima ascensione di roccia; (…) soli con una buona guida si può andare dovunque. E, credi, la montagna è una palestra insuperabile per l’anima e per il corpo. Nel salire non si è che carne pieghevole e istinto felino aggrappati alla rupe pungente: a palmo a palmo, con l’arcuata tensione delle dita, con la piatta aderenza delle membra, si guadagna la roccia. E poi, in vetta, quando ti vedi intorno un anfiteatro di guglie e di ghiaccio, o, da una cengia esilissima, guardi, sotto lo strapiombo, affogata nella fluidità vertiginosa, la falda verde da cui balza il getto estatico di massi che hai conquistato, allora un’ebbrezza folle t’invade e l’adorazione selvaggia della tua fragilezza ardente che vince la materia. Eppure, là in alto, anche la materia, la colossale materia che ci attornia, non sembra inerte ed ostile, ma viva ed amica: e le guglie pallide non sembrano monti, ma anime di monti, irrigidite in volontà d’ascesa. (…). Emozioni intense, meglio espresse in versi nella sua lirica “Dolomiti” datata 13 agosto 1929.

Durante una vacanza a Breil nel luglio 1934, Antonia conosce personalmente la celebre guida valdostana Guido Rey, già vecchio e malato, e così descrive l’incontro in una lettera al padre:“ (…) Ieri mi hanno condotta da Guido Rey e ne sono rimasta ammaliata. E’ un povero vecchio malaticcio, ma ha due occhi, due occhi color pervinca come non ne ho visti mai. Sta in una casa di legno e pietra come una grande baita valdostana, con larghe vetrate sul Cervino. Parla piano di un’infinità di cose rare, del mondo di artisti, alpinisti e guide in cui è vissuto. Non ci si stanca di ascoltarlo e di guardarlo mentre racconta. (…).
E alla madre, lamentandosi del maltempo che le impedisce di muoversi come vorrebbe “. (…) Il Breil ha però tante attrattive lo stesso: non ultima – anzi una delle più grandi – la presenza di Guido Rey, che ho conosciuto ieri nella sua meravigliosa casa valdostana e che è un tremulo, bellissimo vecchio, con due occhi color pervinca quali non ho mai, assolutamente mai visto al mondo. Si rimane incantati a guardarli, come si guarderebbe il cielo sopra una montagna, risuscitato dopo anni di tempesta. Non so: occhi che sono di più di tutta una storia, di tutta una vita; che fanno pensare alle fiabe e alle poesie. (…) E’ un vero piacere poterlo distrarre e divertire un po’, perché è molto malato e nervoso: sono tanto contenta di esserci riuscita. E poi dice che io sono divertente, perché parlo con le mani e con le braccia: è vero?”

Guido Rey

L’incontro con Guido Rey l’ha sicuramente colpita perché tornata a Pasturo ancora parla di lui scrivendo all’amica Lucia Bozzi. Raccontandole delle sensazioni provate sulle creste del Furggen e sulla Becca di Guen, così lo ricorda: “(...) Quando poi parlai della mia gioia della solitudine, qualcuno si stupì: chi mi capì e mi approvava, senza parlare, solo col cenno dei suoi magici occhi azzurri, era Guido Rey. Che occhi, Lucia! Color pervinca, cielo dopo la tempesta, fiaba: si pensa ai secoli di luce sepolti oltre le vette, oltre le nubi. Si resta muti a guardarli, a berli, ci si perde in un prato di prodigiosa innocenza, in un fiume di silenzio. Oh, la sua voce dolce di vecchio, nella sua casa di pietra e di legno! Le sue mani pallide, scarne, sul tavolo scuro di abete – o levate nel saluto, come a benedire! Che bello, che bello Lucia avergli parlato, aver sentito che lui mi capiva, ch’era contento quando andavo a trovarlo!”.
Guido Rey (Torino 1861 – 1935) fu una delle personalità più notevoli del mondo alpino all’inizio del XX secolo. Effettuò un gran numero di ascensioni classiche ed esplorò in modo sistematico la cresta del Furggen al Cervino. Fu autore di pregevoli opere sull’alpinismo tra cui “Il monte Cervino” (1904), “Alpinismo acrobatico” (1914), “Il tempo che torna” (1929), che costituiscono veri classici della letteratura alpina.

Antonia, che vive la montagna come un’avventura dello spirito e non solo come mero esercizio fisico, condivide le posizioni atletico-filosofiche di Guido Rey, propugnatore del concetto di montagna come itinerarium mentis in natura.

Emilio Comici

In vacanza a Misurina nel gennaio 1936 Antonia, insieme all’amica Lucia, prende lezioni di sci da Emilio Comici che diventa suo compagno di indimenticabili ascensioni, prima di morire in un incidente alpinistico sui Roccioni di Vallelunga nei pressi di Selva di Val Gardena, due anni dopo la morte di Antonia.
Emilio Comici (Trieste 1901 – Selva di Val Gardena 1940) fu uno dei fondatori della scuola del moderno alpinismo acrobatico. Scalatore eccezionale lasciò la sua attività d’impiegato per diventare guida alpina e maestro di sci. Le vie aperte da Comici sono ancora oggi tra le più belle e difficili tra quelle di 6° delle Dolomiti: la direttissima della parete Nord-occidentale del Civetta, la parete Nord di Cima Grande di Lavaredo, lo Spigolo Giallo della Piccola di Lavaredo. Fu anche arrampicatore solitario su alcune vie di difficoltà estrema.

Emilio Comici

Nell’agosto del 1938, l’ultima estate della sua vita, Antonia ritorna a Misurina dove ritrova, nel pieno della sua maturità virile, il celebre scalatore. Antonia, che era anche appassionata fotografa, lo ritrae mentre arrampica, tutti i muscoli tesi nello sforzo dell’ascensione.
Così lo descrive in una lettera di cui si ignora il destinatario, forse l’amico poeta Tullio Gadenz: “(…)Mi erano compagni due spiriti rari e forti: Comici e una ragazza di Padova aristocratica e montanara. (…) Comici arrampicava solo su per la Nord della Piccola, un’ascensione estremamente difficile. Noi sotto, sul ghiaione, nell’ombra fredda, a seguire spasmodicamente con gli occhi quel punto minuscolo crocefisso al lastrone nero. Poi, quando lui fu in cima, noi giù a salti per uscire dall’ombra e là, per terra, al sole, a 2500 metri, fino al tramonto. C’era un silenzio infinito e pur denso di suoni (…) Forse in quell’ora era il passo delle nuvole, era la voce delle nuvole che mi sonava dentro come una sinfonia orchestrale. O forse erano le Tre Cime, là erette come una cattedrale gotica, sventrata dal fulmine e spalancata a Dio, che lasciavano prorompere l’urlo delle loro preghiere di pietra. E forse in tutto quel canto la nota più alta era tenuta dall’anima dell’uomo solo lassù, con la sua vittoria e il suo sonno sotto il sole(…).

Alessandra Cenni, autrice della sua biografia, ipotizza un “innamoramento violento” di Antonia per quest’uomo inequivocabilmente bello, dalla pelle eternamente abbronzata dal sole d’alta montagna, gli occhi di un blu intenso. Ma forse l’attrazione per quest’uomo, che sfida i limiti del proprio corpo per conquistare la vetta, non è per Antonia altro che l’espressione della sua intensa passione per la montagna.

Ed è nell’abbraccio delle montagne che tanto amava che Antonia Pozzi riposa per sempre, secondo l’espresso suo desiderio: “ (…) Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro (…)”.




                 

Bibliografia:
“Parole” – Antonia Pozzi – a cura di A. Cenni e O. Dino - Ed. Garzanti
“La vita sognata e altre poesie inedite” –Antonia. Pozzi – a cura di A. Cenni e O.Dino – Ed. Scheiwiller
“L’età delle parole è finita. Lettere 1923-1938”- A.Pozzi - a cura di A.Cenni e O.Dino – Ed. Archinto
“Mentre tu dormi le stagioni passano” – Antonia Pozzi - a cura di A.Cenni e O.Dino – Ed. Viennepierre
“Diari” ”-Antonia Pozzi - a cura di A. Cenni e O. Dino – Ed. Scheiwiller
“In riva alla vita - Storia di Antonia Pozzi poetessa” – Alessandra Cenni – Ed. Rizzoli









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Questo articolo è stato pubblicato su:
GAM Gruppo Amici della Montagna
Anno XVIII N.2 - maggio 2003

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Data creazione : 05/09/2004 @ 2:14 PM
Ultima modifica : 27/06/2012 @ 3:45 PM
Categoria : Gli articoli ©
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react.gifOpinioni su questo articolo


Opinione n° 2 

da mar il 15/10/2005 @ 10:09 PM

Davvero commovente Louise la stooria di questa poetessa!Grazie per avermela fatta conoscere! Un bason!


Opinione n° 1 

da Margherita il 14/12/2004 @ 2:42 PM

Ecco ora che sono qui non so esprimere quello che provo! eek  Accidenti!  Sei bravissima Krilù, ti voglio bene!smile
Margherita


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