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Ricette > contorni


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Ricette > piatti freddi e insalate


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Ricette > dolci e dessert


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Ricette > bevande


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Ricette > pizze, focacce, quiche

Giardini letterari - Il giglio rosso


Henri Martin - Fountain in the Park Marquayrol (1905).jpg


Da:
"IL GIGLIO ROSSO"
di Anatole France




(…) Avvolta in un manto di panno rosa, Thérèse scese con Dechartre i giardini della scalinata. Egli era arrivato la mattina a Joinville. Ella lo aveva voluto nel suo piccolo circolo di intimi, prima delle cacce a cavallo, alle quali temeva che Le Ménil, di cui non aveva alcuna notizia, fosse invitato anche quell'anno come al solito.
Il vento leggero di settembre agitava i riccioli dei suoi capelli, ed il sole al tramonto accendeva punti d'oro nel grigio profondo delle sue pupille. Dietro a loro, la facciata del castello mostrava, al di sopra delle tre arcate del pianterreno, entro gli intervalli delle finestre, sopra lunghe mensole, dei busti di imperatori romani. La parte centrale del fabbricato era chiusa fra due alti padiglioni, ancor più rialzati sotto i grandi tetti di ardesia da un ordine smisurato di colonne ioniche. Si riconosceva, dalla disposizione, l'arte dell'architetto Leveau, che aveva costruito nel 1650 il castello di Joinville-sur-Oise per il Mareuilles, creatura del Mazarino e complice fortunato del sovrintendente Fouquet.
Thérèse e Jacques guardavano dinanzi a loro i giardini, dove i fiori formavano grandi decorazioni disegnate da Le Nôtre, i prati verdi, la vasca, poi la grotta con le cinque arcate rustiche e le erme gigantesche, coronata dai grandi alberi, che l'autunno cominciava già a cospargere di porpora e d'oro.
– E' bella questa geometria verdeggiante! – disse Dechartre.
– Sì – disse Thérèse. – Ma io penso ad un platano curvo, in una piccola corte, ove cresce l'erba fra le pietre. Ma ci metteremo dei fiori, non è vero?
Appoggiata contro uno dei leoni di pietra, dal viso quasi umano che guardavano i fossati colmi in fondo alla scalinata, ella si volse verso il castello e indicando una delle finestrelle a gola di drago aperte al di sopra del cornicione:
– E' lassù la vostra camera. vi sono salita iersera. Allo stesso piano, dall'altra parte laggiù in fondo, è lo studio del babbo. Una tavola di legno bianco, una scansia di abete, una bottiglia sul caminetto: la sua stanza di giovanotto. Tutta la nostra fortuna è venuta di là.
Attraverso i viali ghiaiosi del giardino, giunsero alla siepe di bossi tagliati che costeggiava il parco dalla parte di mezzogiorno. Passarono davanti all'arancera, sopra la cui porta monumentale si levava la croce lorenese dei Mareuilles e si addentrarono per il viale dei tigli, lungo il tappeto di verzura. Sotto gli alberi che cominciavano a spogliarsi, statue di ninfe rabbrividivano nell'ombra umida, corsa da pallide luci. Un piccione, posato sulla spalla d'una di quelle figure bianche, volò via. Di tanto in tanto, un soffio di vento staccava una foglia secca che cadeva simile ad una conchiglia d'oro rosso, dove rimaneva una goccia di pioggia. Thérèse indicò la ninfa e disse:
– Essa mi ha veduta quand'ero bambina, ed avevo voglia di morire. Soffrivo di desideri e di paura. Forse vi attendevo. Ma voi eravate così lontano!
Il viale dei tigli s'interrompeva ad una rotonda occupata da una grande vasca, in mezzo ala quale si alzava un gruppo di tritoni e di nereidi, che soffiavano nelle loro conchiglie per formare col gioco delle acque un liquido diadema dai fiori di spuma.
– È la Corona di Joinville, – disse Thérèse.
E mostrò un sentiero, che partendo dalla vasca si perdeva nella campagna, dalla parte di levante:
– Ecco la mia strada. Quante tristi passeggiate vi ho fatto! Ero sempre triste, quando non vi conoscevo.
Ritrovarono il viale che proseguiva al di là della rotonda, fra altri tigli e altre ninfe, e continuarono a camminare fino alle grotte. In fondo al parco si apriva un emiciclo con cinque grandi nicchie di rocce sormontate da balaustre, e separate da gigantesche erme. Una di queste, all'estremità dell'emiciclo, le dominava con la sua nudità mostruosa, ed abbassava su esse uno sguardo di pietra, dolce e selvaggio.
– Quando mio padre comprò Joinville – ella disse – queste grotte non erano che un monte di rottami, pieno d'erbe e di vipere. Migliaia di conigli vi avevano scavato le loro tane. Egli rialzò le erme e ricostruì le arcate secondo le stampe del Perrel, che sono conservate alla Biblioteca. Fu lui stesso il suo architetto.
Un desiderio d'ombra e di mistero li condusse verso la spalliera che copriva il fianco delle grotte. Ma un rumore di passi che veniva dal viale coperto li fece arrestare un momento, e videro allora, attraverso il fogliame, Montessuy che teneva abbracciata alla vita la principessa Seniavine. Tranquillissimi, essi si dirigevano verso il castello. Jacques e Thérèse nascosti dall'enorme erma, aspettarono che fossero passati. Poi ella disse a Jacques che la guardava in silenzio:
– Ora capisco perchè quest'inverno la principessa domandava consiglio al babbo per comprare dei cavalli.
Tuttavia Thérèse si compiaceva con suo padre per la conquista di quella bella donna, che passava per difficile, e che si sapeva molto ricca, malgrado gli imbarazzi in cui la metteva la sua pazza prodigalità. Domandò a Jacques se gli sembrava molto bella. Egli la trovava di uno splendore animalesco e di un sapore di carne troppo forte per lui. Immaginava i suoi seni circondati da una grande aureola bruna, un ventre color zafferano, di zolfo e d'ocra e gambe villose. Le rimproverava soprattutto una grana di pelle troppo grossa. Thérèse convenne che forse era possibile, ma che tuttavia la sera la principessa eclissava tutte le altre donne.
Condusse Jacques per la scala muscosa che salendo dietro le grotte portava alla Gerbe-de-l'Oise, un gioco d'acque formato da un cespo di cannucce di piombo in mezzo ad una vasca di marmo rosa. Là si ergevano i grandi alberi che chiudevano la prospettiva del parco e cominciavano i boschi. Proseguirono sotto gli alti tronchi fra lo stormire lieve delle foglie. Al di là del magnifico scenario di olmi si stendevano folti macchioni interrotti da gruppi di pioppi tremuli e di betulle, le cui pallide cortecce si accendevano agli ultimi raggi del sole.
Egli la strinse fra le braccia e la baciò sulle palpebre. La notte discendeva dal cielo, le prime stelle tremolavano fra i rami. Fra l'erba umida sospirava il flauto delle rane. Essi non proseguirono.
Quando a notte ripresero la via del castello, aveva ancora sulle labbra un sapore di baci e di menta, e negli occhi l'immagine dell'amico che, ritto contro il tronco di una betulla sembrava un fauno. La teneva sollevata fra le braccia, mentre lei, con le mani annodate dietro la sua nuca, moriva di piacere.
Passando sotto i tigli, sorrise alle ninfe che avevano visto i pianti della sua fanciullezza. Il Cigno innalzava nel cielo la sua croce di stelle e la luna specchiava la falce sottile nella vasca della Corona. Gli insetti tra l'erba gettavano dei richiami d'amore. All'ultima svolta della muraglia di bosso, scorsero d'un tratto dinanzi a loro la tripla massa nera del castello. Delle forme andavano e venivano nella luce rossa delle grandi finestre terrene. La campana suonava.
– Ho appena il tempo di vestirmi per il pranzo - esclamò Thérèse.
E fuggì via dinanzi ai leoni di pietra, lasciando l' amico assorto come in una visione di naiade o di oreade. (...)










Data creazione : 22/12/2014 @ 3:48 PM
Ultima modifica : 10/08/2016 @ 2:52 PM
Categoria : Giardini letterari
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