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Ricette > piatti freddi e insalate


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Ricette > dolci e dessert


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Ricette > bevande


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Ricette > pizze, focacce, quiche

Giardini letterari - Il signor giardiniere


particolare affresco Casa di Livia - Roma


Da:
"IL SIGNOR GIARDINIERE "
di Frédéric Richaud




(…)
Jean-Baptiste de La Quintinie era assai poco preoccupato di quei sordi bollori. Ascoltava distrattamente le storie cruente che andavano a raccontargli, osservava da lontano l’inquietudine crescente della corte, i continui andirivieni dei messaggeri. Non che non gli interessassero le campagne e le sorti dei loro eroi - conosceva bene Condé e traeva un autentico piacere dall’ascoltare gli episodi che esaltavano la sua nuova gloria -, ma, dal canto suo, doveva pensare a combattere la propria guerra, una guerra lunga e silenziosa, una guerra di cui nessuno parlava.
Le grandi manovre di La Quintinie erano iniziate quattro anni prima, dopo che il Re, liberatolo degli impegni che lo legavano a Fouquet, lo aveva nominato “Intendente alle cure dei frutteti e degli orti di Versailles”. Le istruzioni del Re, allora, erano state chiarissime: un giorno, percorrendo con tutto il suo seguito i corridoi di Le Notre, il Sovrano si era rivolto all’improvviso al suo nuovo giardiniere:
“Sapete cosa mi aspetto dagli artisti che lavorano per me, signor La Quintinie?”
“Lo ignoro, Sire.”
“La perfezione, signore, la perfezione. E voi siete un artista, signor La Quintinie.”
Quest’esigenza, quest’aspettativa, lungi dall’irritarlo, l’aveva conquistato.
Il campo di tre ettari di cui era responsabile e che, in passato, sfamava Luigi Capeto e la sua corte dopo qualche partita di caccia o qualche gita, aveva dovuto essere risistemato e ampliato per sovvenire ai bisogni imperiosi del Re e della corte che moltiplicavano, con l’avvento della primavera, i soggiorni a Versailles. La Quintinie aveva dunque fatto aggiungere l’argilla, la silice o il calcare per bonificare il terreno uniformemente; aveva fatto ammendare la maggior parte degli appezzamenti con la calce addolcitiva, scavare nuovi canali, seminare, costruire serre, piantare alberi da frutto.
Da quando il nuovo terreno aveva cominciato a spingere fuori dello scuro ventre le prime varietà di piante, fra le più comuni e le più inusitate, la lotta si era fatta più subdola e fors’anche più dura: sfibrante in estate quando le piogge diradavano; ingrata in autunno quando infittivano; rude in inverno quando il gelo spaccava la terra; disperante in ogni stagione per gli assalti dei predatori pennuti o pelosi o degli insetti. Il giardiniere aveva i suoi piani, un esercito fedele, armi di legno e di ferro, le sue vittorie e le sue sconfitte. (…)







(…)
Il lavoro in giardino era sfibrante: da più di un mese, ogni mattina, decine di uomini uscivano, tornavano, ripartivano dal campo, la schiena carica di gerle colme di arance o di mele, le braccia impegnate da graticci o da barelle piene di uva, di fichi o di pere. A volte bisognava usare i barroccini per trasportare le zucche o i cavoli.La Quintinie sorvegliava senza posa quel carosello che, secondo le ordinazioni, poteva durare più di due ore. Esaminava i panieri a uno a uno, eliminava i prodotti guasti destinandoli alle fagianaie o alle scuderie di Sua Maestà. Ignorava la sorte di frutti e ortaggi una volta che avevano varcato la cinta del suo giardino e non voleva conoscerla. Quando gliene chiedevano il motivo, lui saggiava l’aria e si limitava a dire con occhi pieni di malizia: “I miei frutti e i miei ortaggi nutrono gli uomini”. La gioia e l’orgoglio che traeva da questa semplice certezza gli bastavano e avanzavano.
Venuta sera, quando i lavoranti se n’erano andati, La Quintinie restava spesso solo in mezzo al terreno a disegnare o scrivere nei taccuini che aveva sempre in tasca. Il suo giardino doveva essere in grado di produrre di più. Egli percorreva senza posa i viali bordati di bosso, congetturava migliorie del terreno, nuove piantagioni, nuovi tipi di sfruttamento. Di solito raggiungeva le sue stanze a ore tardissime.
Ci si dilettava a dire che un giorno i suoi piedi avrebbero finito col conficcarsi a terra, che foglie e muschio gli sarebbero spuntati dalle orecchie e che le sue braccia avrebbero dato fuori rami. (…)







(…)
Le giornate non gli sembravano mai lunghe, nella sua serra. Aveva delimitato i suoi fazzoletti di colture, scassato la terra, seminato; e, dopo poco, incoraggiati dal tepore filtrato dai vetri, i primi steli avevano rotto la crosta. Lui se ne stava ora, in piedi, in mezzo a quel mondo di gambi, di fusti e di foglie nascenti. E gli sembrava di sbocciare assieme alle sue piante.


*


Talora, tutta la serra rimbombava per la pioggia. Non gli piacevano quelle giornate, ma le benediceva per le sue piante. Il tempo passava, scandito dolcemente dal battito delle gocce che si schiacciavano sui vetri. Aspettava la fine di quelle giornate smorte, senza impazienza, con malinconia. Allora, irrompevano i ricordi: la terra asciutta d’Italia irta di cipressi, gli alberi della sua infanzia, l’alto cielo delle Charentes, il suo paese, quel cielo così alto, così vasto da fargli capire che vivere, per lui, non sarebbe mai stato altro che appartenere alla terra dove linfa e morte scorrrono in un unico torrente.


*


La serra si colmava pian piano di foglie, di fiori e di insetti che lui non scacciava più. Si meravigliava nel sollevare un’erba e nello scoprire un’orda brulicante di zampe, di antenne, di corna o di scaglie. Alcune piante morivano sotto gli assalti degli antonomi, dei grillitalpa o delle forfecchie, e lui guardava sempre con tristezza quello spettacolo. Ma gli piaceva pensare che quella morte assicurava la vita di un altro, che tutto, nella vita, era soltanto scambio e dono di sé, e che l’insetto, un giorno, sarebbe morto a sua volta, offrendo il proprio ventre chiaro ad altre radici che vi avrebbero attinto la forza per spingere alla luce la molle guaina di uno stelo.
Lentamente, incantato dall’avventura silenziosa di quel mondo, il giardiniere aveva finito col dimenticare il calendario e gli orologi di quegli uomini che a volte sentiva passargli accanto. Quegli uomini che non voleva più conoscere e che, dal fondo della sua serra dalla luce smorzata, vedeva sparire pian piano, immersi in spessori di foglie.
Quanti anni, quante vite gli sarebbero occorsi per dimenticare completamente ciò che lì aveva capito in un istante? (…)










Data creazione : 07/02/2006 @ 11:57 PM
Ultima modifica : 09/08/2016 @ 9:10 PM
Categoria : Giardini letterari
Pagina letta 4260 volte


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