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In Val Costeana un giorno nacque una “Salvadega”. Certo una Salvadega fu sua madre. Erano creature così, come le api solitarie dei tronchi che non sai dove hanno il maschio, erano donne dei boschi e delle rocce, belle e forti, ma scontrose e fredde, né buone né cattive, se non le disturbavi, certo maligne assai con gli importuni. Non ridevano, non sorridevano mai. Ma erano felici ugualmente, anche le foglie degli alberi sono felici quando sono verdi. E questa Salvadega che nacque in Val Costeana si chiamò Merisana perché le fu madrina la Luce del Meriggio. La Luce del Meriggio abita appunto sui pascoli alti, oltre la boscaglia scura, dove le rocce riverberano gli astri e divengono lampade terrestri. Alla neonata, la Luce del Meriggio diede quel nome simile al suo e le disse: “Sorridi, sorridi, su! Se sorriderai farai felice questo fiore, con cui ti accarezzo il nasino rosso, questo maggiolino. Sorridi, cosina, sorridi.”Volò via, la Luce, verso i prati dei pascoli alti. La bambina cominciò a sorridere e continuò a sorridere anche quando le selvadeghe la portarono nel cupo bosco. Ai primi passi si divertiva a fare felici con il suo sorriso fiori di radure, gemme di conifere, insetti, salamandre, rocce fredde, acqua di rii e di torrenti che ti risponde con biancore lampeggiante di schiume. Crebbe bellisima, slanciata e morbida e vestiva un leggero velo verde, iridescente nel sole. Un mattino di primavera lei era sul prato rugiadoso, andava di fiore in fiore, li schiudeva con il suo sorriso. Era mattino. Passa un re cacciatore, scuro in viso, perché aveva fallito il colpo su di un grande cervo. Ed il cervo era scappato facendosi beffa di lui. Si curva per bere nel rio di quel prato. La vede, lì in mezzo, così bella e le chiede: “ Chi sei”. “Merisana” “Chi?” “Si,” disse lei sorridendo “Merisana sono, la donna del Meriggio”. Ed il re cacciatore si sentì improvvisamente gioioso e felice, scomparsa ogni rabbia di quel cervo. Sorridendo lui pure le domandò: “Cosa fai?” “Apro i fiori, non vedi? Li faccio sorridere perché ricevano la gioia del sole” E il re cacciatore si sentì tanto bene che le chiese se voleva sposarlo e farlo sempre felice. Merisana vi pensò un poco. Veramente il re cacciatore era forte e gentile, compito e piacevole. Merisana guardò i fiori: “E loro? Chi li fa felici poi? Si, ma dopo le mie nozze voglio lasciare felici tutte le creature della terra.” “Ma, Merisana, è impossibile, ogni notte viene l’ombra. Ogni inverno la bufera di neve sulla montagna.” “Almeno un mese voglio che le mie creature, i miei fiori siano felici, altrimenti non voglio sposarmi. Dovrei restare a proteggere la loro felicità.” “Ma, Merisana” diceva il re disperato, “come vuoi fare? Un mese è lungo, non si possono fermare le burrasche del colmo della luna, le bufere delle strie che sbattono a terra i tuoi fiori.” “Ebbene, mi accontenterò di un giorno. Ma nel giorno delle mie nozze tutte le creature devono essere felici. Va, chiedilo agli spiriti che dominano le montagne. E’ il patto, o mio Re.” E il povero re, affannato, corse per tutte le montagne a chiedere che esaudissero Merisana. Non poteva più rinunciare a lei, davvero, ora: gli era proprio impossibile. Lo chiese al vento, alla luce di luna, al ghiaccio azzurro dei crepacci, alla roccia color sangue. Non dicevano né si né no, ci mancava ancora qualcosa che li facesse decidere. Finalmente andò per tutti i pascoli alti e lo chiede alla Luce del Meriggio. “Merisana, la mia figlioccia prediletta chiede questo?” disse la Luce del Meriggio. “Certamente bisogna concederglielo. Signori spiriti delle cose della montagna, bisogna concederglielo. E’ una richiesta ben piccola per un solo giorno. Bisogna farla sposa e felice.” E fu stabilito che il giorno delle nozze di Merisana tutte le cose fossero felici, ridenti, ammantate di luce, di colori, di gioia. Ed era il gran rigoglio di maggio. Nel meriggio pieno, quando il sole violento dell’Alpe fa vaporare la terra fin dentro le vene fonde delle creature, era l’ora delle nozze di Merisana. Ma essa vide un albero nudo e solo. Era un larice, che è l’ultimo a metter foglia ed era ancora lì scheletrico e dolente. Merisana lo guardò: “E tu? Tu, l’umile che chiede foglia dopo tutti gli altri; ti hanno dimenticato. Eccoti la vita, i colori, la felicità, eccoti il mio velo, la felicità per te e tutti quelli che ti guarderanno.” Si tolse il lungo velo verde e leggero, lo gettò sui rami scarni. Il vento lo ravvolse intorno alla piramide di legni stecchiti, fu peluria verdolina e trasparente, iridescente nel sole. Lei era rimasta sul prato come un meraviglioso fiore di morbida carne, che si radica nella terra e nel meriggio la terra vapora fin dentro le vene fonde. Così è nato il larice, in un giorno lontano, in Val Costeana; poi il vento ha portato i semi per tutte le valli. E Merisana, dopo le sue nozze, non so dove sia andata. Ma una cosa vera ed eterna è rimasta: è che a star supini o seduti su un prato, sotto i larici, a guardare la loro verde peluria ed il sole sopra, e le bianche nuvole che van via sulle cime, si è felici, dimentichi di ogni amarezza, gioiosi di amore e di vita anche nella più assoluta solitudine. E’ vero, verissimo. E’ la preghiera di Merisana che si perpetua negli anni. Così è. Quelli che non riescono ad essere felici nell’incanto del larice, vuol dire che “dentro di loro” sono stupidi o malvagi. Lasciali andare per la loro strada.
Leggenda ampezzana tratta da “Le Dolomiti nella leggenda” di Ulrike Kind Ed. FK

Data creazione : 15/05/2006 @ 11:57 PM
Ultima modifica : 02/05/2009 @ 11:34 PM
Categoria : Leggende di fiori e montagne
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