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Ricette > bevande


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Ricette > pizze, focacce, quiche

Leggende di fiori, piante e montagne - Dona Dindia e Zan de Rame


Vergine e nero, il gran bosco Lamarida chiudeva la valle e dietro era una verde conca con ignoti esseri umani, dietro la selva. Solo gli dei vi passano o vi sono passati, Silvano forse e le onganes dai piedi di capra, ma loro non sai come fanno a passare.
Ed al nero bosco Lamarida giunsero un uomo ed una donna, da lungi. Ma non mendicanti o raminghi per fame o pastori o boscaioli.
Zan de Rame e Dona Dindia, alti e belli, su di uno stallone ed una giumenta di superba razza, sono al margine del bosco Lamarida. PerchÚ?
Si migra: per odio o per amore, per fuoco o per guerra si migra o si segue il segno del destino.
Passare: fra tronchi di conifere giganteschi e fitti, colonnati, volte di frasche; sotto Ŕ come notte. Alberi caduti, intrico di sottobosco, radici abbarbicate a massi di frana ed a tronchi marci che dan linfa di germogli nuovi.
Lottavano per passare con i loro cavalli; si richiudeva alle loro spalle ed essi sapevano che non sarebbero ritornati.
In una mattina chiara giunsero al sole dentro la grande conca di Ampezzo. Ampia, ed in alto vi sono foreste nere; ma sopra di esse, tutt'intorno, erano montagne chiare; rocciose, grandi. Sembravano templi, forse se le erano fatte gli Spiriti dell'Universo, per onorarsi e gli uomini dovevano adorarle.
Essi giunsero ed il Sole si alzava da dietro una barriera di rocce a parete, calava nella conca tutti i suoi raggi. Illuminava piccole case umane di tronchi ed uomini dai rozzi vestiti di pelli ne uscivano. Avevano avvistato quei due esseri strani e le belve enormi che essi cavalcavano.
Si fecero in torno, miti, con attoniti occhi.Dalla montagna a parete, il sole si alzava.
Dona Dindia e Zan de Rame si inchinarono ad adorarlo
e nella loro lingua chiamarono quel Monte Faloria.
Passarono nella grande conca sui loro cavalli e ben si vedeva che non erano venuti per fare del male. Alti e belli essi erano e adoravano ancora il sole calante dietro l'alta Croda.
I nativi li accettarono come sacerdoti di una religione sconosciuta, potente come il grande Sole che sorge dietro il Monte Faloria. Non conta chi sono, vedi che anche le onganes sono uscite al margine della selva a vederli venire, come un lampo verde di riso Ŕ passato sui loro volti silvani, come un grido di gioia tra le frasche.
Selvagge e scontrose, ostili a tutti son le Onganes, solo con gli Dei come il vecchio Silvano son gentili e devote.
Ma per questi tutta la selva canta di gioia, grandi sacerdoti essi sono o potenti come re.

Zan de Rame e Dona Dindia, nella conca di Ampezzo restarono e fondarono una cittÓ, con belle case di pietra sulle vie dritte e grandi fienili di legno dietro, sopra le stalle. Gli uomini delle piccole case di tronchi han lavorato per loro, per la cittÓ nuova e Dona Dindia ha insegnato alle donne a filare e tessere la lana in candide tuniche, in calde coltri. Scavano il ferro in alti gioghi, portano a valle quello che Zan de Rame ordina. Sassi che nella forgia diventano arnesi; e si inchinano al capo saggio che ha saputo far questi prodigi.
Miliera Ŕ nata, cittÓ felice sulle coste di Monte Faloria ed in fondo alla valle, la bella coppia di destrieri ha dato prole, pascolano nei molli acquitrini.
E Zan de Rame e Dona Dindia andaro a cercare sulle pendici del Monte Faloria con la verga forcuta che sente i tesori della terra.
E la verga scatt˛ e si contorse, essi sentirono che nei loro corpi passava il vento del destino.
Erano sotto una roccia ad arco e la toccarono con la loro verga; la roccia si aprý in una grande porta e dietro vedi tesori lucenti.
Fiammeggiano nell'ombra scura, lambiscono fin dentro nel cuore dell'uomo. I tesori della fonda grotta.
Tesori del Dio Silvano sono ed il Dio ha parlato a loro. Solo la selva sa le parole dei loro colloqui, ma certo il vecchio, strano Dio li accett˛ come suoi sacerdoti e permise loro di conoscere e di "custodire" ci˛ che stava in seno alla montagna.
Eressero templi ed in un giorno d'estate facevano grande processione fino alle quadre pietre degli altari di Fraina.
Tamburi di pelle di pecora martellano dentro la valle, torce di pino profumano l'aria, corna di cervo enormi e pelliccioni di orso adornano cacciatori e boscaioli.
Immolavano un agnello sui quadri altari e la montagna li guardava, Monte Faloria, che in dialetto si dice Monte Ciasadi˛.
Fin davanti alla sacra porta e cantavano, una canzone lunga di lodi al sole ed all'acqua.
Negli anni pi¨ belli la porta si apriva, si intravedevano gli immensi tesori che stavano dietro di essa.
Si intravedevano ed essi li adoravano sotto il grande arco, poi la porta si richiudeva e non pensavano di poter avere quei tesori.
Zan de Rame aveva detto loro che non si dovevano toccare; se li avessero avuti nelle loro case, sarebbe stata la fine dei giorni felici di Miliera. E dopo non si pu˛ pi¨ ritornare felici. Essi obbedivano, miti e convinti, ai dettami di Zan de Rame, fondatore e reggitore di Miliera felice.

Zan de Rame era grande e saggio: nel volto scuro, bruciato di sole, occhi vivi guardavano le sue genti miti e serene, se avessero avuto quei tesori sarebbero divenuti sospettosi e foschi e dopo "non sarebbero pi¨ potuti ritornare indietro".
ChŔ questa Ŕ la legge delle cose umane.
Allora ordinava di scendere a valle, mentre la gran porta si richiudeva.
Nella verde conca dove i cavalli figli della bella coppia da essi portata, si sono moltiplicati e liberi galoppano, dove verdeggiano i campi nati dai semi delle loro bisacce.
Si sente rumore di telai dalle case e battiti delle forgie del ferro. Nella bella cittÓ di Miliera sulle pendici del Monte Faloria.

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Ma in Croda da Lago era un drago perfido e geloso delle cose belle e felici.
Aveva il corpo scaglioso e duro e grifi uncinati, ali fiammeggianti che davano fumo e gocce di pece.
Di rado usciva dalle sue grotte nella Croda, ma, quando usciva a svolazzare sulla valle, erano incendi e malanni.
E dentro aveva un'anima di terra, come quella dei draghi di allora, lenta come i suoi occhi gonfi e tondi, aveva solo gelosia per le cose degli altri ed avarizia.
Lui, poggiato talora sopra le guglie della Croda, vedeva, sotto la bella valle fiorente e a fronte il Faloria e la Porta del Dio Silvano.
Avrebbe voluto avere tutti quei tesori per sŔ, da riguardarseli e contarli nelle sue dimore.
Quando lo vedeva volar sulla valle, Zan De Rame, che prode era, tentava invano di raggiungerlo e di ucciderlo, l'alato criminale gli sfuggiva.
Fin che una notte di vento furioso dalle gole del nord, il drago attravers˛ il cielo di Ampezzo come una grande rossa meteora, lasci˛ cadere gocciole di fuoco sulla bella cittÓ di Miliera.
Sput˛ con rabbia, in una ventata, sui fienili grevi di secco fieno ed il fuoco divamp˛ nella notte.
Prima con un crepitýo sordo e con lingueggiare fuori dei tetti di scandole secche, poi con un sinistro rombare nel vento.
Ed il vento faceva nozze con il fuoco.
Non vi era acqua abbastanza; la gente urlava nella notte rossa.
Miliera diveniva un mucchio di maleodoranti fuliggini. Il drago rideva, acquattato lý presso, su di un prato. Gioiva, maligno.
Cosý lo vide Zan De Rame, mentre bruciacchiato tentava invano di soccorrere la sua gente. Lo vide e, dalla rabbia, imprec˛ a tutti i suoi dei.
Con questa rabbia nel cuore si scagli˛ contro il drago. Vi si scagli˛ contro con la spada lucente e batteva e ribatteva sulla dura corazza scagliosa.
I1 mostro rideva dagli stretti denti la sua beffa bavosa, lanciava fumate dalle narici nella rossa notte.
Zan de Rame, infuriato, si scagli˛ ancora contro il drago, ma i suoi dei, che prima aveva bestemmiati, non lo proteggevano, i suoi occhi e la mente accecata non guidavano i colpi in nessuna delle parti vitali del drago.
E gli dei erano spietati contro l'eroe che li aveva offesi.
Zan de Rame combatteva. Fin che il drago lo agguant˛ con una zampata; lo uccise.
E veleggiava nell'aria, verso Croda da Lago, la sua risata sinistra si mescolava con il sibilo del vento furioso, con le grida della gente impazzita. Zan del Rame era supino sul prato a fianco della spada contorta e spuntata.
Lý steso lo trov˛ Dona Dindia; url˛ come pazza nella notte rossa e stava accasciata sul prato accanto al suo uomo e signore. Poi gli lav˛ le ferite, lo vegli˛ come cane fedele il giorno e la notte appresso.
Era accanto al morto eroe e la luna navigava fra stracci sinistri di nuvole portate dal vento e sono venute le Anguane, mandate dal Dio Silvano, dolenti e tristi, con i lunghi capelli verdi; da tutte le selve vennero e presero il corpo del morto eroe, lo portarono verso la porta, oltre la quale stanno forse i regni dei trapassati.
Dona Dindia comprese che era il disegno del Dio, che il destino del suo uomo si compiva dietro la porta e le caverne di cui era stato sacerdote.
E la gran roccia si Ŕ chiusa dietro il triste corteo. Per sempre chiusa. Ma Dona Dindia in ginocchio davanti alla porta Ŕ ancor viva, entrare non pu˛ lei mortale, lei viva.
Allora salý a cavallo, a sangue spron˛ per foreste e per valli, per ghiaioni e forre profonde, attraverso acque e ghiacciai.
Voleva cercare un forte cavaliere che uccidesse il drago.
Pallida e pazza cavalc˛, per anni e secoli, e la sua anima di donna bella e dolce morý pian piano ed il corpo ancora cavalca per le foreste e le valli del sole.
Un corpo senza anima era restato, freddo come il gelo e cercava un cavaliere che uccidesse il drago.
Nella conca di Ampezzo non Ŕ ritornata perchŔ indietro non poteva pi¨ ritornare.
Il drago intanto faceva le ossa sempre pi¨ dure e pietrose, si scav˛ come un gran letto a conca per crogiolarsi al sole, sotto il riparo della dritta parete. E poi l'acqua di sciolti nevai ha riempita la piccola conca, un limpido lago rispecchia la Croda.
Alla notte vi tremolano dentro le stelle.


Leggenda di Cortina d'Ampezzo
tratta da "Le Dolomiti nella leggenda" di Ulrike Kindl - Ed. FK








Data creazione : 09/06/2008 @ 01:21 AM
Ultima modifica : 27/02/2010 @ 2:30 PM
Categoria : Leggende di fiori, piante e montagne
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